François Burland

François Burland
Sous-marin Jeunesse communiste

François Burland
Black is beautiful / 2015
linoleografia, cm 100x65

François Burland
Il n'est jamais trop tard / 2014
linoleografia, cm 100x65

François Burland
Girls will save the world / 2019
linoleografia, cm 88x65

François Burland
This planet can not sustain this system / 2019
linoleografia, cm 68x50

François Burland
Nos profits valent plus que vos vies / 2015
linoleografia, cm 100x65

François Burland
Respectez la limitation de Viellesse / 2017
linoleografia, cm 89x66

François Burland
Enragez-vous / 2015
linoleografia, cm 60x91

François Burland
Face à l'indifference general le demain est annulé / 2017
linoleografia, cm 91x50

François Burland
Girl Gang / 2019
linoleografia, cm 94x49,5

François Burland
Free Inside / 2015
linoleografia, cm 64x61

François Burland
Monalisa bitch / 2017
linoleografia, cm 100x65

François Burland
La beauté est dans la rue / 2020
linoleografia, cm 99x65

François Burland
Reve Madonne (croix rousse Moscou)

François Burland
Phantome de Djebel

François Burland
Babel Oued Sauve la France (Campagne d’Italie FFL)

François Burland
Letourne

François Burland
Tank Boston Killer

François Burland
Tank Joy Division Bagdad

François Burland
La vache qui rit

François Burland
La cause du peuple

François Burland
CCP Moleson Luna

François Burland (1958) è nato a Losanna (Svizzera). Ha iniziato a disegnare da autodidatta alla fine della sua adolescenza. All'età di vent'anni intraprende un primo viaggio nella penisola del Sinai in Egitto. Qualche anno dopo, incontra i Tuareg nel deserto del Sahara. Entusiasmato dal loro stile di vita nomade, cominciò a tornare regolarmente nella regione per una trentina d'anni. Durante i suoi lunghi soggiorni con i Tuareg, ha condiviso la loro vita quotidiana, compresi i loro dromedari e la stregoneria, ma anche i loro 4x4, i cellulari e i kalachnikov.

Burland ha prodotto un'opera abbondante e varia. A seconda di ogni serie e della sua ispirazione del giorno, si avvale di diverse tecniche e materiali. Per i suoi disegni, preferisce usare la carta da pacchi come supporto: applica pastelli, matita colorata e gesso bianco su superfici molto grandi. Le sue creazioni ricordano l'arte sciamanica; combinano fonti storiche, letteratura ed etnologia. François Burland crea anche diversi oggetti - barche, aerei, razzi, automobili - utilizzando materiali recuperati dalle discariche e, più recentemente, diverse installazioni monumentali.

Dal 2011 lavora a diversi progetti artistici con giovani rifugiati in Svizzera e, attualmente, la sua attenzione si concentra soprattutto su questi lavori collettivi.

Presentazione Atomik Magik Circus

a cura di Barbara Paltenghi Malacrida

 

Osservando questi spazi e la vitalità delle opere che François Burland presenta oggi nella sua prima mostra in Ticino, siamo indotti a pensare di trovarci al cospetto di un artista giocoso, ironico ed esuberante. Eppure, nel catalogo di una sua mostra del 2015 Burland veniva identificato come un artista “indisciplinato”. Siamo dunque di fronte a un ribelle, a un contestatore, a un disubbidiente?

Se partiamo da alcune informazioni basilari, prima di procedere in questa piccola analisi, vi renderete conto che Burland è tutto ma soprattutto il suo contrario. Burland è un artista svizzero ma è cittadino del mondo. Ha il suo atelier nel Canton Vaud ma frequenta le popolazioni Tuareg e il deserto del Sahara più spesso e con più costanza rispetto alle vaste campagne della Svizzera romanda. Lavora con medium diversissimi tra loro ma si definisce un artista plastico. È un pensatore solitario quanto propulsore del lavoro collettivo. È un uomo che ama gli antipodi, le metamorfosi, le interferenze e le intromissioni.

Il suo Atomik Magik Circus è arrivato a Lugano e a noi sembra di aggirarci in una sorta di Luna Park dove divertirci ma con qualche timore. Il suo è un circo di tecniche, materiali, proporzioni e prospettive contrastanti. Atomico perché travolgente nel suo ordine caotico. Magico perché lontano dai paradigmi e dai protocolli con cui siamo abituati a tradurre la storia e la realtà degli eventi: ogni suo lavoro cela una palese o occulta provocazione ma con l’aura dell’incanto che, in molti lavori, si trasforma però in un disincanto crudo e sagace.

Il materiale di recupero è alla base del suo procedere: le sue opere nascono da altre entità, si appropriano di un’anima materica precedente che da un lato rafforza l’idea di un’arte pubblica, già condivisa (i manifesti) dall’altro (negli assemblage) lascia emergere nuove funzionalità nella riqualificazione degli scarti.

I manifesti, che sono certamente il cuore di questa mostra, hanno una grande forza comunicativa. Non importa il contrasto cromatico scelto, sempre molto forte, talvolta volutamente stridente. Il messaggio è affidato a due protagonisti: le icone della cultura pop, massmediatica, politica, sociale e religiosa e le parole, stravolte, riadattate, degli slogan che le accompagnano. Sapevate che la parola slogan ha origini scozzesi e irlandesi, e significa “grido di guerra”? Dalla guerra alla propaganda il passo è evidentemente breve (anche se, come faceva notare Vaclav Havel, politico, drammaturgo e poeta ceco, dissidente e perseguitato politico, “Le brochure non hanno mai vinto una guerra”).

Burland lavora sulla lingua dello slogan: sia nelle sue intenzioni nobili sia nelle sue esaltazioni acritiche trasformando le frasi originarie in messaggi spesso destabilizzanti che perdono la funzione mnemonica per nuovi risvolti sociali, storici, etici. La rima, le assonanze, lo schema dei proverbi: qualsiasi stratagemma viene deviato per acquisire nuovi significati, con una spiccata attenzione (e non può che fare piacere) alla condizione femminile.

Questi manifesti mi hanno sollecitato alcune domande: alla base della volontà di Burland c’è la verità a tutti i costi, mascherata da ironia, derisione o sarcasmo? Oppure è la provocazione l’obiettivo della sua arte? Una provocazione funzionale, naturalmente, ma rivolta alla verità di ognuno più che alla verità assoluta?

E questo mi ha fatto venire alla mente una parola, bellissima, ma così poco usata (chissà perché) per descrivere questa virtù: parresìa. Nell'antica Grecia era il diritto e il dovere attribuito soprattutto all'uomo pubblico, di dire tutto, senza filtri o censure. Dire tutto ciò che si pensa, e quindi, dire la verità.

Ci sono molti modi per dire la verità: obiettando direttamente alla menzogna oppure deridendola, svelandola per poter giungere, autonomamente, a un proprio, e coraggioso e obiettivo, pensiero. Burland agisce in questo modo, e il risultato è tanto efficace quanto dissacratorio.

In molti testi critici viene definito un artista della “resistenza”, che sfida i protocolli e le convenzioni dell’arte. Sono abbastanza d’accordo: il suo opporsi a un certo tipo di stereotipo avviene però, io credo, in maniera molto istintiva come è tipico dei ribelli, o dei disubbidienti. La componente ironica con cui riveste ogni suo lavoro è il modo con cui esprime la sua personale denuncia contro la mercificazione, i consumi di massa, le ingiustizie sociali e di genere. Come se suscitando una reazione, un sorriso, una sorpresa, il messaggio acquisisse ancora maggiore efficacia. E infatti raggiunge il suo scopo: è solo nel ribaltamento di certi slogan che cogliamo il senso perverso, o inquietante, di tanta propaganda. Solo spogliandola dal contesto storico in cui è nata essa si mostra nuda, come il famoso re.

Per introdurre il piccolo ciclo di pitture esposte in questa mostra, strettamente legate all’arte africana, sciamanica ed extraeuropea, vale però la pena soffermarsi brevemente sulla biografia di questo artista che, non dimentichiamolo, è presente in alcune importanti collezioni pubbliche svizzere ed europee, tra cui il Musée de l’art brut di Losanna, quello di Bruxelles, nel Fondo nazionale dell’arte contemporanea francese, nel Museo etnografico di Neuchatel.

Nato a Losanna nel 1958, inizia a disegnare molto giovane, da autodidatta. All’età di vent’anni intraprende un 1° viaggio della penisola egiziana del Sinai e qualche anno dopo ha luogo il suo primo incontro con i Tuareg nel deserto del Sahara. Questo è un momento cardine di tutta la sua vita, anche artistica come vedremo: la vita nomade, le abitudini e lo stile esistenziale dei Tuareg lo colpiscono a tal punto che vi tornerà molte volte, condividendone la quotidianità, i viaggi sui dromedari, i culti medianici, così come le vicende storiche, una dopo l’altra: l’uso della forza e del terrore esercitati dalle nuove autorità centrali per annettere il territorio nomade e controllarne le risorse vitali; la marginalizzazione ed il depauperamento; l’insurrezione armata nel 1990 in reazione ad una situazione vissuta come ingiusta.

Queste carte sembrano stoffe, ricordano amuleti, segni zoomorfi, forme elementari che riprendono il segno delle stuoie Tuareg, dei loro tessuti. Sono un omaggio delicato alla cultura berbera, millenaria, affascinante quanto sfuggente ai più ma che Burland ha saputo approfondire anche grazie a una serie di collaborazioni con un gruppo di donne algerine chiamate a esercitare la millenaria arte del ricamo per la trasposizione di rappresentazioni tipicamente elvetiche concepite e liberamente rivisitate.

Nelle sue sculture-giocattolo, invece, ritorna la sua etica del recupero: ciò che un certo tipo di cultura diffonde (e getta in discarica) lui lo riprende, lo scompone e ricompone nobilitando materiali ormai esausti e dandogli una nuova funzione. Recupera ricordi di infanzia, immagini iconiche della nostra storia passata: i suoi razzi non andranno mai sulla luna, perché ci sono già stati nei suoi sogni di bambino poi diventato grande; i suoi bombardieri non lanceranno nessun missile ma si accontenteranno di oscillare sulle nostre teste con propositi tutt’altro che minacciosi; le sue navi non solcheranno mari con intenzioni belliche ma resteranno a riva ricordandoci quanto ridicoli possano sembrare gli uomini nei loro giochi di forza.

Nella sua “rivoluzione” Burland ci obbliga a un cambiamento di prospettiva. La sua è una ribellione verbale, gridata che necessita da parte di chi guarda di un lavoro di ricucitura per appianare lo scollamento tra parole, contenuti e immagini, e (cogliendo il senso della sua provocazione) ricostruire un dialogo nuovo. Burland ci vuole liberi di pensare con le nostre teste, liberi di scegliere se essere o meno d’accordo con le sue figure retoriche, i suoi ribaltamenti, la sua ironia. E ritrovare i suoi lavori esposti come opere d’arte in una galleria non fa altro che dargli ragione: non è solo in strada che le battaglie si combattono e non è solo negli spazi preposti che si può riflettere sulla potenza estetica di un’opera d’arte.